Anarchia: La notte del giudizio e gli horror di denuncia

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Anarchia: La notte del giudizio e gli horror di denuncia

La settima arte permette al pubblico una costante evasione dalla realtà quotidiana ma, allo stesso tempo, può raccontare la stessa  anche nel suo lato più oscuro ed essere strumento di denuncia dei comportamenti devianti sia a livello politico che sociale. Come nel film Anarchia – La notte del giudizio, il sequel de La notte del giudizio, film diretto da James DeMonaco e interpretato, tra gli altri, da Michael K. Williams e Frank Grillo, che da oggi 29 ottobre è disponibile, distribuito da Universal Pictures Italia, in Home Video in formato DVD e Blu-ray e in un cofanetto da collezione con entrambi i film della saga.


Anarchia – La notte del giudizio è ambientato durante la giornata dello sfogo annuale, una forma di svago violento permessa dai nuovi Padri Fondatori degli Stati Uniti con lo scopo di purificare la società, permettendo qualsiasi tipo di crimine, omicidio compreso. Nel drammatico scenario vanno a collocarsi, e poi intrecciarsi, alcune storie personali con un gruppo, tra cui un uomo in cerca di vendetta, una madre spaventata con la giovane figlia e una coppia indifesa, che vaga per la città cercando di sopravvivere in attesa dell’alba.
Anarchia – La notte del giudizio è un vero e proprio manifesto della distopia, ovvero un’opera nella quale vengono alla luce i difetti e gli estremi di una società, spesso rappresentata in un ipotetico futuro, dove i cittadini vivono nella paura e in una schiavitù neanche troppo latente, sottomessi al volere dei più forti e nella perdita pressoché totale dei più importanti principi morali.  Una situazione che la letteratura e il cinema hanno già raccontato – con successo – e che ha delle radici profonde anche nel cinema horror che viene spesso considerato come il vero genere specchio della società, e dove i nostri incubi prendono vita.


Un film che ha fatto epoca, e ancora oggi denso di significati, alcuni forzatamente estrapolati ed altri debitamente nascosti, è La notte dei morti viventi, il cult del 1968 diretto da George A. Romero e probabilmente lo zombie movie più famoso ed efficace mai realizzato. Da B-Movie a Cult il passo è stato breve per una pellicola che racconta del ritorno “in vita” di un vero e proprio esercito di morti capaci di riemergere dal sottosuolo per assediare gli umani, rinchiusi in una ultima e strenua resistenza all’interno di una casa abbandonata. Il film ha fatto discutere per la “presunta” metafora della guerra in Vietnam, argomento all’epoca decisamente attuale, mentre altri hanno voluto analizzare il film in una chiave politica con l’improbabile paragone tra gli zombie e i Sovietici in una riproposizione fantasiosa del conflitto della Guerra Fredda tra le due superpotenze dell’epoca. Altri argomenti di discussione furono la questione femminista, poiché le donne protagoniste del film vennero viste come incapaci di poter sopravvivere o prendere decisioni autonomamente, e la questione razziale, con la morte del protagonista del film, l’attore di colore Duane Jones, che avviene per mano della polizia locale, quando ormai sopraggiunge l’alba in un drammatico atto conclusivo che rifiuta la logica del lieto fine.


Un altro maestro del genere horror, John Carpenter, nel 1988 diede alla luce uno dei suoi film più celebri, Essi Vivono, una dissacrante critica della società americana di allora, dove l’influenza dei mezzi di comunicazione era già evidente. Il film racconta di una invasione aliena tenuta nascosta agli occhi degli americani ignari della “presenza” extraterrestre fino all’arrivo nella città di Los Angeles di John, un operaio che, in seguito al ritrovamento di un paio di occhiali, scopre che con gli stessi può vedere la vera forma di alcune persone, molto simile a quella di uno zombie. John, eroe improvvisato, scopre anche che nella città sono numerosi i cartelloni pubblicitari che nascondono dei veri e propri messaggi subliminali, anch’essi non visibili ad occhio nudo. Carpenter punta quindi il dito contro gli stessi media lasciando riflettere sulla invasività dei mezzi di comunicazione nella quotidianità e come gli stessi possano essere utilizzati anche per veicolare messaggi non in regola con quelli che dovrebbero essere i principi morali di una società sana.


Un classico dell’horror, realizzato nel 1977 da Wes Craven e recentemente riproposto in un efficace remake, è Le colline hanno gli occhi, un film dell’orrore che sconvolse e non poco gli spettatori alla sua uscita in sala. Il film racconta della lotta per la sopravvivenza di una famigliola americana che durante un viaggio attraverso il deserto del Nevada viene assalita da alcuni cannibali ed ex minatori, vittime di alcuni esperimenti nucleari di fine anni cinquanta che li ha trasformati in esseri mostruosi e violenti. La pellicola fa riflettere per l’ambientazione - il Nevada è stato tra i siti preferiti dal governo per i test nucleari - e per la componente umana, con la differenza tra la famigliola protagonista del film e quella composta dai cannibali che va sempre più affievolendosi durante il film.  Perché, in fondo, è la società stessa che può creare il mostro e in una situazione estrema ognuno di noi può far emergere il suo lato più oscuro e crudele, così come accade nel film di Craven.


Il cinema come rappresentante degli incubi umani funziona perché permette di “godere” di un orrore che ci tranquillizza per la sua evidente finzione. Sarà difficile, quindi, spaventarsi ancora per mostri e zombie, eppure il vero nemico, soprattutto in una società allo sbando, è l’uomo stesso. Come in 28 giorni dopo, il film inglese diretto nel 2002 dal Premio Oscar Danny Boyle e ambientato in una Londra deserta dove un virus simile alla rabbia ha decimato la popolazione trasformandola in un’orda di non morti affamati. Nello scenario apocalittico si collocano le storie di alcuni sopravvissuti che, dopo diverse peripezie, arriveranno fino ad una apparente tranquilla base militare. Ed è forse qui che si consuma l’orrore peggiore: i soldati, forse gli ultimi rappresentanti di una società funzionante, proveranno ad abusare sessualmente di due donne, tra cui una adolescente, con l’obiettivo di “ripopolare” il genere umano. Ad inizio film, infine, viene svelato il motivo dell’infezione, derivata dall’azione di un gruppo di animalisti che liberando una scimmia, a cui era stato somministrato un virus simile alla rabbia, avevano inavvertitamente dato il via alla fine del genere umano. Perché, è bene ricordarlo, sono gli stessi umani a decidere del proprio futuro in un costante ma labile equilibrio tra bene e male, tra giusto e sbagliato.






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