"Populismo e sfruttamento dei media: queste le eredità di Mussolini": Luca Miniero parla di Sono tornato

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"Populismo e sfruttamento dei media: queste le eredità di Mussolini": Luca Miniero parla di Sono tornato

Il 28 aprile del 2017, Benito Mussolini precipita dal cielo nel bel mezzo di Piazza Vittorio, nel cuore della Roma multietnica. E proprio di fianco alla Porta magica, uno dei punti chiave della Roma esoterica. Si alza da terra, è vivo, e inizia a passeggiare per la città, per una città che non riconosce (tanto da chiedersi se per caso non si sia risvegliato ad Addis Abeba, e non nella capitale d'Italia), diretto verso Piazza Venezia.
Nel film diretto da Luca Miniero, Mussolini è tornato: e viene presto intercettato da uno scalcinato documentarista - interpretato da un Frank Matano irriconoscibile, con la barba e senza peti - che sogna di vincere il film di Berlino (al massimo anche Locarno va bene) con un lavoro sugli immigrati, e che trova in questo che crede essere un attore molto provocatorio un nuovo soggetto da studiare. E dal documentario alla televisione il passo è breve, perché il Duce conosce i trucchi della comunicazione, e perché i media di oggi sono quelli che sono.
Ma poi il documentarista capisce che quello non è un attore, che è il Mussolini vero, e che le cose si son fatte assai pericolose.

Versione all'italiana del tedesco Lui è tornato, che immaginava il ritorno in vita di Hitler nella Germania odierna, studiandone le reazioni della gente comune, per Luca Miniero Sono tornato ha una differenza sostanziale con quel modello che va ricondotta alla differenza tra i due protagonisti: "Hitler era un demonio, l'incarnazione del male, mentre Mussolini era un para-demonio," dice il regista. "Se il personaggio nel nostro paese è giudicato con indulgenza è perché nonostante tutto non c'è su di lui il tabù che c'è invece in Germania su Hitler."
E difatti, ecco che Sono tornato, che alla dimensione di finzione associa riprese fatte registrando le reazioni delle persone che in strada incontravano Massimo Popolizio nei panni di Benito Mussolini, racconta su entrambi i piani una sorta di malcelato entusiasmo per il ritorno del dittatore che per l'Italia ha significato fascismo, violenza, omicidi politici, velleità coloniali e leggi razziali: "Il nostro Mussolini redivivo fa paura non perché possa riportare in Italia il fascismo, ma perché porta alla luce un paese che è già profondamente populista, soprattutto per colpa del sistema dei media," dice Miniero. "Il nostro Mussolini va in giro per l'Italia sostenendo tesi non lontane da quelle di certi nostri politici, e che si fanno via via più estreme, e come molti nostri politici non propone mai una soluzione, è la quintessenza del populismo. Eppure ci convince, con le sue parole e alla tv, sembra quasi sostenere cose di buon senso," prosegue il regista. "La sua eredità è quella del populismo e dello sfruttamento dei media."

"Il superpotere di un dittatore è il consenso, e il consenso di Mussolini derivava dal suo sfruttamento dell'antipolitica," sostiene Nicola Guaglianone, co-sceneggiatore del film. "Sono tornato è un film che non parla del Duce, ma che parla di noi: Mussolini passa tra noi, ed è uno di noi, fa parte del nostro paesaggio morale. 'Voi mi odiate perché mi amate ancora,' diceva." E anche per Guaglianone, sono le reazioni della gente a far paura, più che il Duce in carne e ossa: "La scena del film in cui Mussolini è ospite di Cattelan l'abbiamo girata all'insaputa del pubblico: quando Popolizio è entrato in studio interpretando Mussolini, i ragazzi erano raggelati, ma poi dopo è finito tutto a colpi di selfie e di 'Viva il Duce'. Questo è il pericolo che raccontiamo," dice lo sceneggiatore, "un personaggio così ci mette di fronte alle nostre mostruosità: non è lui a far paura, ma siamo noi a far paura."
D'altronde, ricorda ancora Guaglianone, "quando abbiamo iniziato a scrivere c'era una frase di David Mamet che abbiamo stampato e tenuta appesa al muro: non esistono seconde chance, esiste la possibilità di fare lo stesso errore due volte. Allora se Mussolini tornasse per davvero, probabilmente tornerebbe a vincere."

Anche Miniero è della stessa opionione. "Immaginando quello che accade dopo la fine del film, direi che Mussolini andrebbe a vincere le elezioni, per poi essere fatto fuori dalla politica dopo due anni da un nuovo populista in grado di cavalcare la televisione," dice.
Senza rivelare nulla della trama, va detto che alla fine del film, a dispetto delle dichiarazioni di regista e sceneggiatore, Sono tornato si sente nel suo terzo atto quasi in dovere di ricordare al suo pubblico chi è stato realmente Benito Mussolini, pur lasciando il suo destino in sospeso: "Non avrei potuto chiudere il film diversamente," dice Miniero, "anche dal punto di vista ideologico."
Perché in fondo, come ricorda Frank Matano, "un sacco di persone si sono dimenticate cosa ha fatto davvero Mussolini. Mio nonno aveva i suoi busti in casa, e io voglio bene a mio nonno, ma non dimentico il male fatto dal Duce. Molti miei coetanei, invece, non ricordano."

E per Massimo Popolizio, lo interpreta in maniera intensa e potente, è importante ricordare anche che "chi ha inventato la propaganda deve fare i conti con l'audience. Il nostro Mussolini viene messo in croce dai media per aver ammazzato un cagnolino, non per le cose aberranti sugli immigrati o altro che ha detto fino a quel momento."
Contraddizioni e paradossi che non sono poi così lontani da quelli della campagna elettorale che stiamo vivendo, e dentro la quale precipita Sono tornato, nelle nostre sale da giovedì 1° febbraio.
Ha anche ragione Luca Miniero a dire che il suo è anche un film di forma, che parla linguaggi vivisi diversi per raccontare il mondo in cui viviamo, ma è lui stesso il primo a essere consapevole che di Sono tornato si parlerà, e molto, solo per i suoi contenuti.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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